Ennio Rossignoli su Bondarenko


Sosteneva Gustave Moreau, il grande pittore della decadenza nella Francia di fine '800, che l'arte si fa, e non se ne parla: era infastidito dall'invadenza dei critici in genere troppo petulanti e astiosi, ma naturalmente il suo proclama non ebbe seguito, né poteva averne, dato che l'arte – oltre a farsi – è sempre stata, direi necessariamente, oggetto di riflessione e di studio, aperta a ogni intenzione ermeneutica, ovvero a ogni tendenza di cultura e di gusto, a ogni giudizio, e pregiudizio, di chi si pone dinnanzi a lei con propositi di interpretazione (e spiegazioni spesso sovrapposte, quando non addirittura opposte, agli intendimenti e ai motivi dell'artista).

Perciò è sempre in agguato il fraintendimento, come pure la pretesa di comprendere l'incomprensibile, di portare una luce nella oscurità dell'atto creativo. E' la pretesa, ma anche il compito del critico (non solo della pittura), il mediatore tra l'opera e noi, colui che deve insegnare a leggere, o proporre letture diverse. Funzione tanto più importante e impegnativa quando l'arte attraversa la realtà nella autonomia di forme soltanto proprie; quando alla pura (raf)figurazione si sostituisce la dimensione metafisica – di ciò che è al di là del concreto naturale – e l'opera diventa, come diceva Kandinskij, “l'espressione esterna di un contenuto interno”. E' il caso della pittura di Natasha Bondarenko. La sua storia? Nasce a Kiev, la capitale dell'Ucraina, città di antica cultura, già al centro della Russia premoscovita (si pensi solo al “Canto della schiera di Igor”, il poema nazionale dell'XII secolo, o a quel grande poeta romantico che fu Taras Scevcenko, l'autore del Kobzar, il Cantastorie!). Lì studia pittura e sviluppa le sue attitudini artistiche, in un ambiente come quello della ex Unione Sovietica, assai poco favorevole alle esperienze difformi dal “realismo socialista” di zdanoviana memoria. Sicché Natasha decide di rivolgersi al canto, raggiungendo un livello esecutivo che la porterà a esibirsi in concerto in diversi paesi dell'Est. La svolta nel '90, quando arriva a Milano per uno stage: conquistata dalla vita culturale della città, si ferma e torna alla pittura, sempre più impegnandosi nella ricerca di nuove possibilità espressive. Dal '94 è a Pordenone ed la sua arte si manifesta in modi e tecniche personalissime, connotate da inserimenti simbolici – come il segno cirillico – da suggestioni del linguaggio allusivo, dalle emozioni della sensibilità, alle quali sembra tuttavia preferire il rigore della ragione; così come alla tranquilla oggettività delle esistenze antepone il mistero delle essenze. Qui oggi si presenta con un gruppo di opere di così intensa concentrazione che potremmo definirle pensieri prima ancora che quadri: e questo non per inadeguatezza tecnica, ché anzi l'esecuzione è accurata, la pittura scrupolosa, netta, precisa, attraversata da una tensione che potrebbe richiamare precetti illustri, da Mondrian, a Ernst, a certo De Chirico. Ma Natasha non è una citazionista: i suoi sono sempre principi ritmici e sintonie. Potremmo dire che il suo lavoro è una grande metafora, lo è nei riguardi di una conoscenza problematica, e lo è ancor più nel suo insieme, non come specchio di cose perdute, ma come capacità di meravigliarsi ancora, di sorprendersi davanti alla vita e al mondo: con l'uso frammentato e misterioso della geometria, la granulosità, la maculazione, lo spessore, il cromatismo severo di una superficie dove non ha luogo lo sprofondamento spaziale, ma solo quello mentale. Ed è il muro, inciso, quadrettato, simile all'iconostasi delle chiese greche, su cui le immagini si proiettano come sullo schermo di una storia di civiltà contigue e contese, in un Oriente che in questa artista ha lasciato un sentore di tormentate culture: il misticismo della tradizione ortodossa, il baroccheggiare delle preziosità bizantine, il dramma esistenziale di un presente contagiato d'infanzia. Ogni quadro è così il risultato di una specie di assemblaggio, un collage materico fatto dei ritagli di una realtà ripensata e ricollocata in un nuovo significato. “Pittura fantastica”, che procede in scavi, lettere, segni arcaici, un colore come lavorato dal tempo. Sono opere che hanno il senso di una testimonianza del passato calata nel presente, anche se la loro immobilità, il loro tono, le fissa in un distacco, una distanza che è quella della loro vita poetica, in un rapporto molto particolare, e ambiguo, con il tempo. Pittura astratta? Piuttosto pittura concreta, proprio per la sua capacità di costruire un mondo “altro” rispetto a quello conosciuto, ma nel quale quello conosciuto ricompone, riforma la propria fisionomia senza dimenticarla. Non naturalismo, dunque, ma realismo sì: perché se la natura non c'è, c'è la realtà che chiude in sé i sensi profondi, noumenici, della vita e del mondo. Evidentemente Natasha è tra coloro che li sanno rivelare.

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